Conferma di voto per questo ristorante giapponese che è uno dei più longevi in città. Per approcciarsi alla loro cucina, senza il dilemma di scegliere dalla carta, è possibile optare per il menù degustazione, disponibile anche in versione vegetariana, oppure orientarsi verso il menù Omakase, in cui ci si affida completamente allo chef per un percorso composto da 7 o 9 portate. Un’altra possibilità è il menù Ichijū-sansai, un set menù tradizionale composto da una zuppa di stagione, riso bianco, due kobachi (piccole porzioni servite in una ciotolina) e un secondo a scelta con contorno. Per la prova di quest’anno abbiamo scelto il menù Wasabi e qualche piatto singolo della carta a integrare, che è iniziato con un piccolo e piacevole benvenuto della cucina a base tofu di sesamo fatto in casa in tempura, con scorza di yuzu e dashi. A seguire, ottimo il sashimi di salmone con le uova di pesce, di tonno con la radice fresca di wasabi e di ombrina con il katsuobushi; deliziosi i gyoza con un saporito ripieno di carne di maiale e una croccante brasatura, arricchiti da olio di sesamo piccante. Molto gradevole anche la selezione di nigiri che ne prevede uno al tonno, uno all’ombrina, uno al salmone (con le stesse guarnizioni del sashimi), e uno più originale con il salmone scottato e il jalapeno; a completare il piatto, tre uramaki distinti, con tonno, salmone e avocado. Particolare e, a nostro avviso, non del tutto convincente il piatto denominato “yuba”, a base di “pelle” di tofu ricavata dalla coagulazione durante la bollitura del latte di soia e poi essiccata in fogli e farcita, in questo caso, di stufato di tonno e radice di loto, accompagnata da brodo dashi. Il sapore era molto delicato e la consistenza leggermente gommosa. Ottimo il tonkatsu, cotoletta di maiale dalla frittura croccante all’esterno e morbida all’interno, accompagnato da una salsa tradizionale che ricorda il sapore della salsa BBQ. Sempre sfizioso l’okonomiyaki (una sorta di frittata di cavolo e altri ingredienti), che ha presentato solo qualche punto di bruciatura. In chiusura, un mochi ai fagioli rossi accompagnato da gelato allo zucchero di canna e un ottimo sake infuso allo yuzu.
L’arredo non è cambiato, nonostante sia cambiata la gestione già dallo scorso anno. Le tante bottiglie di sake esposte sul bancone e la sala con il tatami trasportano immediatamente l’avventore nelle suggestive ambientazioni orientali.
Cortese e preparato, con la competente sommelier che sa ben consigliare la scelta del sake giusto. Complimenti ai ragazzi in sala che si destreggiano con atleticità tra una genuflessione e l’altra, senza mai smettere di sorridere. Da segnalare giusto qualche imprecisione per quanto riguarda la descrizione dei piatti e la risposta a domande più precise sugli ingredienti utilizzati.
Breve lista di vini con scelte che pescano dal mainstream sia italiano che francese. Meglio puntare sul sake, che viene servito anche a calice.
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