Una volta Ariccia era sinonimo di “fraschette, porchetta e Frascati”, di scampagnate domenicali fuori porta e di una romanità un po’ fané della quale oggi rimane ben poco. Colpisce, quindi, trovare questo piccolo, delizioso avamposto di modernità culinaria tra i tanti ristoranti per banchetti disseminati in zona. Aperto da pochi anni da un trio di giovani talenti (Sara e Matteo in cucina, Carla in sala), Sintesi ha in breve tempo raggiunto gli onori della cronaca e del pubblico, coniugando importanti riconoscimenti con un ristorante sempre pieno. L’obiettivo gastronomico punta al mantenimento di stretti legami con il territorio, nelle ricette e nella materia prima, senza però rinunciare a una contaminazione intelligente con stili e ingredienti diversi, frutto dell’esperienza – soprattutto estera – maturata dagli chef. Insomma, una cucina di grande qualità con prodotti ricercati e lavorati in maniera impeccabile che ci ha piacevolmente colpito per l’originalità dei piatti, mai fini a sé stessi ma proiettati alla ricerca della piacevolezza e della golosità. A disposizione della clientela due menù degustazione (9 e 7 portate, quest’ultimo disponibile anche in versione vegetariana) e una piccola scelta alla carta con il minimo di due portate principali per persona. Noi abbiamo optato per il 7 portate classico che si è aperto con una serie di amuse bouche tra i quali abbiamo particolarmente apprezzato il cannolino di ricciola, saporito e fragrante. A seguire un’elegante tartelletta con coregone del lago di Nemi, sedano e rafano e un piatto a dir poco strepitoso: il cardoncello di grotta arrostito con fondo di fungo e crème fraîche, che potrebbe convertire al gusto vegetale anche il più incorruttibile dei carnivori. Tra i primi abbiamo particolarmente gradito il wonton di gamberi e maiale in brodo, forse il miglior piatto della degustazione, equilibrato nell’alternanza dolce/acida dei sapori accompagnato da un fondo squisito, dallo spiccato umami; il risotto affumicato, battuto di pecora e alloro è una portata sempre presente ma, alla lunga, ne abbiamo trovato eccessiva la spiccata acidità. Davvero perfetta la ventresca di tonno e beurre blanc all’acetosa, dalla consistenza setosa ma non banale, con la freschezza dell’erba brusca a ripulire il palato. La parte destinata al dolce apre una sezione a parte: sia la cialda di latte, anice stellato e agrumi, servita come pre-dessert, sia il delizioso gelato al porcino, caramello ai ceci e clementine hanno fornito un’interpretazione, finalmente, convincente del dolce-non dolce lasciandoci pienamente soddisfatti alla fine del percorso, forse leggermente lungo nei tempi. Buono e di corretta estrazione il caffè, di una nota torrefazione romana, nelle due versioni scelte: Guatemala e Colombia.
La grande sala è elegante e accogliente, nonostante lo stile sobrio e l’apparecchiatura minimal, ovviamente senza tovaglia; molto belle le stoviglie d’autore che accolgono le diverse portate. Le tavole di muschio ed erbe alle pareti donano un tocco naturale a tutto l’insieme. Un plauso allo stile e alla gestione della toilette, degna di un hotel a 5 stelle.
Uno dei punti di forza del locale. Sotto la guida di Carla, i giovani e motivati camerieri accolgono il cliente con naturalezza e fanno di tutto per metterlo a proprio agio.
Ottima la carta dei vini, non enciclopedica come in omologhi ristoranti ma ricca di proposte interessanti, anche di vini bio-natur; spazio all’offerta nazionale con interessanti inserti esteri, soprattutto francesi. Possibilità di pairing diversi a seconda del menù scelto, compreso l’abbinamento a succhi e kombucha. Di buon livello la proposta in mescita. I prezzi sono ragionevoli e questo è un bonus ulteriore.
Con il cestino del pane (ottimo) viene servito un olio “da spalmare”: una soffice crema ottenuta da un EVO del viterbese (blend di Caninese, Frantoio, Leccino e Moraiolo) montato a spuma con l’aggiunta di burro di cacao e aglio, per un risultato insolito ma di carattere. Abbiamo tuttavia chiesto di assaggiare l’olio al naturale, versato dalla bottiglia a norma direttamente in un piattino, che è risultato non meno piacevole.
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