Il detto “non c’è due senza tre” non si applica, per fortuna, a questo ristorante. Presente per la terza volta in guida, infatti, dopo due anni in cui vi abbiamo parlato di potenzialità in buona parte inespresse, siamo ora a darvi conto di un deciso cambio di passo per questo indirizzo ubicato nella povera, da un punto di vista gastronomico, Collina Fleming. Interessante la formula degustazione che apre il menù: “a occhi chiusi” di 7 portate scelte dallo chef a 70€ e “a occhi aperti” di 5 portate scelte dal cliente a 50€, con entrambi i percorsi a cui si possono aggiungere piatti a piacimento, da scegliere dalla lista à la carte, al costo di 10€ cadauno. Accolti da un samosa ripieno di verdure con salsa agro-piccante, invero un po’ pesante come appetizer, e da una gelatina all’Aperol spritz, abbiamo dato il via alla nostra cena con delle zucchine gialle in tempura con caprino Monte Jugo e gel di aceto, dominate dalla frittura che copriva ogni altro sapore e le, immaginiamo auspicate, note acide degli altri ingredienti. È stato però l’unico, vero inciampo di una cena altrimenti soddisfacente, a partire dalla bombetta fritta ripiena di ’nduja e capasanta, servita con maionese alla rucola e katsuobushi su insalata di peperoni, una portata ben giocata su note piccanti e freschezza del frutto. Ben mantecato, poi, il risotto alla parmigiana di melanzane servito con polvere delle stesse ottenuta per disidratazione della buccia, e ancora più convincenti i ditaloni con borlotti, gallinella e cozze, che hanno chiamato la scarpetta con l’ottimo pane autoprodotto, dalla crosta consistente. Eccellente il punto di cottura e il fondo del piccione perfettamente abbinato a una purea di albicocche, con il frutto proposto anche cotto e croccante, peccato per i fagiolini che terminavano il piatto, risultati praticamente crudi. Chiusura affidata a una buona mousse di ricotta con visciole, servita con delle cialde croccanti che avremmo gradito pure alla base al posto del biscuit dichiarato morbido, ma in realtà gommoso, seguita da un’ottima miscela di arabica brasiliana di una torrefazione romana utilizzata in un espresso purtroppo sottoestratto, ma almeno complesso in termini di aroma.
La sala è piccola ma accogliente, con la giusta illuminazione a creare una piacevole atmosfera, la stessa che si respira nel dehors posto su una pedana attrezzata lungo la strada per nulla trafficata. Corretta la mise en place dei tavoli dal piano in legno lasciati nudi.
Leggermente lento nei tempi, risulta comunque cortese e preparato nella descrizione dei piatti e dei vini, con disponibilità nel far assaggiare più opzioni per la mescita.
Netto miglioramento su questo aspetto. La carta, con larga presenza di cantine di nicchia e del mondo bio natur, ora conta circa 300 etichette e un’adeguata proposta al calice. Medio alti i ricarichi.
Insieme all’arrivo del pane, viene riempita al tavolo, da una bottiglia a norma, una ciotolina con un olio EVO blend di Moraiolo, Leccino e Frantoio di un’azienda umbra che sta monopolizzando la ristorazione romana e che abbiamo recentemente scoperto cimentarsi pure con l’aceto balsamico di Modena IGP.
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