Ha avuto l’innegabile merito di aver portato una cucina di qualità in un quadrante di Roma davvero povero di indirizzi meritevoli, ma la sensazione, alla luce della visita di quest’anno, è che il “fuoco” degli inizi si stia pian piano spegnendo. Non che si mangi male, anzi, Livello1 rimane un’insegna in cui consumare pesce freschissimo proveniente dall’attigua pescheria in preparazioni con una buona dose di creatività, ma alcune incertezze di cui vi daremo conto ci inducono prudenza nel voto. Il menù prevede la possibilità di ordinare à la carte (con tanti piatti prezzati all’etto) o di optare per uno dei tre percorsi degustazione di 3, 4 e 6 portate rispettivamente a 45, 75 e 90€ (curiosa la progressione, forse dovuta al fatto che il primo è escluso dallo sconto The Fork). Noi abbiamo optato per il più completo introdotto da due appetizer: un buon panino al latte con carpaccio di fragolino, maionese e soia e un mini-arancino deludente (sciapo e dal riso troppo cotto). Arrivato in tavola il piatto del pane che prevedeva pure una focaccia, presentati come prodotti lievitati 72 ore (non lo mettiamo in dubbio) ma nel nostro caso secchi, come se non fossero di giornata, la nostra esperienza è cominciata con una buona tartare di tonno con gazpacho, pomodorino e panzanella e con un calamaro ripieno di parmigiana con sopra una crema di mozzarella di bufala, salsa verde e basilico, piuttosto piatto al palato in quanto privo di contrasti, sebbene coreografico nella presentazione. Originali e ben concepiti i cappellacci ripieni di arrosto di pesce con peperoni, salvia croccante, bisque di pesce e fondo di pollo, da preferire ai più semplici spaghetti su base ajo, ojo e peperoncino arricchiti con mollica di pane tostata e alici spadellate, con queste ultime troppo cotte e una punta di sale di troppo a penalizzare il piatto. Giusta, invece, la cottura della spigola laccata servita con lattuga alla brace e crema di ceci, seguita da un pre-dessert senza senso. Se la sua precipua funzione è classicamente quella di resettare il palato dalle preparazioni salate per prepararlo al dolce, il tiramisù scomposto sovrastato da note alcoliche date da rum, angostura e bitter alcolico ha ottenuto l’effetto opposto, appesantendolo e rendendo più un dovere che un piacere l’assaggio del discreto dessert, una torta al cioccolato con mousse di banana, arachidi, caramello salato e banana a fette. Chiusura affidata ad un caffè ben estratto, ma al solito poco complesso, servito insieme alla piccola pasticceria.
Giocata sui toni del bianco, l’ampia sala si sviluppa in lunghezza, con ampie vetrate interne che mostrano l’attigua pescheria e, più avanti, la cucina. Il mood è moderno ed elegante al tempo stesso, curata la mise en place dei tavoli lasciati nudi.
Anche qui un passo indietro. Se la cortesia e i giusti tempi sono assicurati, risulta impreciso nella descrizione dei piatti, oltre a dare fastidiosa la sensazione di voler guidare la scelta del vino al calice.
Immutata la carta dei vini. Aperta dalla proposta in mescita, presenta una scelta non ampissima di referenze anche di altri paesi, ricaricate con mano allegra. La selezione non brilla per originalità e ricerca.
Insieme al pane viene riempita al tavolo una ciotolina con un olio EVO del Sud Pontino, monovarietale Itrana, da una bottiglia a norma.
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