La proposta culinaria di Coromandel è di stampo prettamente anglosassone. Frequentato prevalentemente da turisti stranieri, quando aprì, oltre 10 anni fa, rappresentò certamente una piacevole novità nel panorama in larga parte conservatore della Capitale. A distanza di anni, però, l’impressione netta è quella di una perdita di identità e di un luogo che ha fatto ormai il suo tempo. Per la prova del brunch di quest’anno abbiamo assaggiato l’egg benedict con avocado e il bagel di pollo, entrambi solo discreti. Molto deludente, invece, il pancake con salmone affumicato, crème fraîche ed erba cipollina, nel suo complesso poco condito e di consistenza gommosa. Ampia la carta delle bevande, con birre artigianali, calici di vino, cocktails, tè e tisane, caffetteria, smoothies e centrifugati di frutta e verdura fresca, che però ci sono sembrati molto meno riusciti che in passato, in particolare quello con ananas, cetriolo e zenzero, decisamente troppo amaro.
Sicuramente l’aspetto più interessante del locale, arredato con oggetti del passato, in particolare mobili di recupero, libri, tarocchi, chiavi, poltroncine, stoviglie, disposti con gusto per un insieme affascinante quanto ormai, a distanza di anni, un polveroso “deja vu”.
Non scortese ma meno empatico che in passato.
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