Di anni ne sono passati dall’apertura di questo locale gestito da una famiglia che vanta una solida tradizione nel settore delle conserve ittiche. Il menù è d’impostazione siciliana, viste le origini dei proprietari, con piatti di pesce che ricalcano le ricette isolane e lievi spunti creativi a ravvivare qualche sapore, come il katsuobushi usato nel risotto. Oltre alla carta che comprende pietanze storiche, c’è qualche proposta giornaliera che viene elencata a voce al momento della consegna del menù. Dopo un piccolo supplì tondo con ragù di polpo, abbiamo assaggiato la caponata alla “Marzamarota”, realizzata con melanzane (non fritte), peperoni, capperi e olive, in cui la nota dolce rispetto al tono agro era in eccesso rendendo alla lunga la pietanza stucchevole. Tra i primi abbiamo puntato sui tonnarelli con polpa di spigola, pistacchi e limone, buoni nel grado di cottura ma leggermente “piatti” nel sapore, visto che la nota agrumata era latitante. Ben fatto il baccalà alla romana, uno dei fuori menù, con il pesce ben dissalato e un sughetto che richiamava la scarpetta. Piacevole il semifreddo al pistacchio con crema inglese al cocco e lime (quasi impercettibile) e crumble di frolla alle mandorle non pervenuta, seguito da un caffè sovraestratto e dall’aroma di bruciato.
Il locale si compone di un ingresso da cui si aprono due sale, una a destra e l’altra a sinistra, entrambe arredate in modo sobrio. Le grandi vetrate che affacciano sul marciapiede regalano di giorno molta luce.
Cortese e abbastanza preciso.
La carta dei vini non è molto estesa ed è divisa per tipologie, indicando quei vini che sono biologici con la lettera O. È presente pure qualche rosso adatto al pesce, oltre che rosati e bollicine. Ricarichi equi.
Su richiesta ci è stata servita una bottiglia a norma di olio EVO della provincia di Viterbo, blend Frantoio e Caninese.