Avamposto romano della cucina cinese di qualità, questo locale si contraddistingue per l’utilizzo di ottime materie prime, di cui alcune anche italiane, come l’aglio rosso di Sulmona, lo zafferano di Navelli o i capperi di Pantelleria. A differenza della maggior parte dei ristoranti del dragone, il menù per fortuna non è chilometrico, con poche pietanze mediamente ben eseguite anche se non tutte convincenti. Abbiamo iniziato con degli ottimi involtini primavera con verza, carote e funghi neri. Buonissimi anche gli intensi e saporiti jaozi di maiale con porro e zenzero, più delicati quelli ai gamberi con castagna d’acqua e zenzero, mentre non ci hanno convinto appieno quelli agli spinaci con vermicelli di soia e semi di sesamo, dal sapore “stanco”. Di buona fattura anche i delicati involtini, sia quelli di pollo con patate del Fucino e curry, sia quelli ai gamberi con sfoglia di riso, fagiolini e menta. Interessante il pollo malà, con peperoncino, pepe di Sichuan e porro fresco, un piatto molto delicato e in magistrale equilibrio tra piccante e acido. Eccellente la delicata e corroborante zuppa di huntun, maiale, alghe zicai. Non spiccano il volo, invece, le pur discrete fettuccine di riso con pollo, gamberi, vitellone con uova, colatura di pesce, arachidi, germogli di soia e lime. Eccessiva, a nostro parere, la quantità di latte di cocco utilizzata nel riso, in questo caso con zolle d’aglio rosso di Sulmona, carote, pepe nero, porro croccante, con il gusto dolciastro a prevalere sul resto. Tra i secondi, molto deludente l’anatra croccante con pepe nero e soia, dalle carni decisamente troppo grasse, mentre si sono rivelate ottime ed equilibrate le costolette di maiale in salsa agrodolce e semi di sesamo; non male anche il pollo zhaji, marinato nel curry e fritto. Tra i contorni, sorprendenti le buonissime melanzane agropiccanti xianggu. Dimenticabili i dolci, a partire dal gelato fritto al cacao fino alla zuppa al sesamo, riso glutinoso, giuggiole, mosto cotto e nocciole tostate, dal sapore piatto, così come i ravioli di cocco con mosto cotto, amarene e sesamo nero, alla lunga eccessivamente dolci e pesanti.
Uno spazio piccolo arredato in modo minimalista, con tavoli di legno scuro, illuminazione studiata e bottiglie di vino di pregio alle pareti.
Cortese ed efficiente.
Degna di nota la carta dei vini, non comune per un ristorante etnico, con etichette di nicchia molto interessanti, anche estere, una particolare attenzione all’Abruzzo e ricarichi corretti.
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