12 giugno 2018

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Tutto in un sorso, un’esperienza da raccontare!

12 giugno 2018 – Giorgio Sorbino

Non è stata una “fiera”. Di quelle intese nel senso classico del termine, dove basta pagare la “piazzola” agli organizzatori e poi è possibile esporre tutta la cianfrusaglia che si desidera. E non è stata nemmeno una rassegna, perché in fondo il numero ridotto di stand non poteva (e, probabilmente, non voleva) dar conto di un intero “movimento” che si è ripromesso e si ripromette di ‘far vino’ in maniera diversa rispetto al passato.

È stata una festa! Una vera e propria festa dei “vignaioli artigiani” di tante parti d’Europa, portati a Montalcino dagli organizzatori grazie a una principale caratteristica: quella di essere ‘spiriti liberi’, così come indicato dalla locandina dell’evento, e di produrre vino in maniera ‘naturale’ (in qualunque modo si possa o si voglia oggi declinare questa parola, al di fuori delle classificazioni tecniche). Naturale. Come il semplice e tribale gesto del cogliere l’uva e mangiarla ovvero schiacciarla e produrne il succo, arricchirlo oppure no con lieviti naturali, lasciarlo fermentare – in acciaio o in cemento, sulle proprie fecce o meno – e poi riposare, per poco o molto tempo, prima di affidarlo a quelle bottiglie che noi, donne e uomini di sentimento, bramiamo di aprire. Per poi bere, e parlarne insieme, commentare profumi e colori, gusti, sensazioni. La magia del vino, insomma, che funziona da circa seimila anni.

L’IDEA, IL LUOGO, I PROTAGONISTI

Francesca Padovani e Marco Arturi, organizzatori della “duegiorni” di “Tutto in un sorso”, avevano in testa un’idea precisa: chiamare a Montalcino (una delle belle città italiane del vino) un gruppo particolare di produttori che potessero dare il segno “del tanto che si è fatto e di quello che ancora si potrà fare” nell’universo ‘parallelo’ dei vini naturali. Un’occasione di confronto, quindi, ma anche di festa vera, dove il nettare di Bacco fosse totalmente protagonista e stimolasse “naturalmente” il dibattito tra la gente, perché – come raccontano gli organizzatori – in fondo “il vino è un pretesto per stare insieme”.

E “quei due”, insieme alla collaborazione di OCRA (Officina Creativa per l’abitare) e di qualche volontario, hanno messo su un vero e proprio “spettacolo” enologico, radunando negli stupendi luoghi del Complesso di Sant’Agostino – chiostro, sale e cortile, quest’ultimo, invero, un po’ troppo esposto al sole – numerose eccellenze produttive vinicole di grande storia, fama e qualità. È stato un buon successo di pubblico, a sua volta selezionato, attento e competente: molti semplici “appassionati” ma anche tanti distributori e ristoratori (questi ultimi, soprattutto nella giornata di lunedì).

Quindi, una cinquantina di cantine europee, tanti italiani, qualche francese, alcuni tra i “grandi” sloveni … ma in tutti gli stand, in maniera evidente, si percepiva un fattore comune: la passione. Quella per il prodotto offerto, minuziosamente raccontato, per i progetti di produzione naturale, per le proprie aziende e le persone che ne compongono l’anima. Sentimento che ha portato in un meraviglioso angolo di Toscana abitanti di terre lontane, a volte lontanissime come la Georgia, che incuranti della stanchezza – anche per l’improvviso e bollente sole d’inizio giugno, che sembrava già pieno agosto – hanno donato alla festa tutta la loro energia, tutto il loro entusiasmo: mai abbiamo percepito da parte dei produttori o degli standisti un approccio frettoloso o poco ospitale con i visitatori, semmai il contrario.

Inoltre, un sottile filo rosso univa molti degli espositori presenti a Montalcino: quello degli associati nel movimento “Triple A” (Agricoltori, Artigiani, Artisti), che è nato circa 15 anni fa proprio con la volontà di produrre vini non standardizzati, coltivati senza l’utilizzo di sostanze chimiche e nel rispetto dei cicli naturali della vite: le uve raccolte, infatti, sono solo quelle sane e giunte a naturale maturazione; tutto ciò, ovviamente, senza “inquinare” il mosto con anidride solforosa e additivi, permessi in quantità esigue solo per stabilizzare il prodotto in fase di imbottigliamento. La filosofia Triple A è racchiusa nel Manifesto dell’Associazione e in un Decalogo a cui i viticoltori – sparsi nel globo – si devono attenere.

QUALCHE STORIA

C’era, da parte degli standisti proprio una gran voglia di raccontarlo, il proprio vino, per far conoscere interamente lo sforzo e il lavoro condotto in azienda: vi assicuro, che ascoltare tutti è stato bellissimo. E il vino assaggiato dopo, ancora più buono.

Non ho esitato un attimo prima di accettare” ci dice Elena Pantaleoni (La Stoppa), una delle prime e tante donne che hanno intrapreso con coraggio vincente una strada produttiva che all’inizio sembrava un sentiero scosceso, “perché noi che condividiamo questa filosofia non abbiamo solo un rapporto professionale. No. C’è amicizia. Quando ci incontriamo, come in questa occasione, è una festa nella festa, stiamo davvero bene insieme” racconta nel suo dolce dialetto emiliano. E c’è da crederle … nei minuti passati alla sua postazione abbiamo assistito alla processione di tanti altri espositori che, nei momenti liberi, accorrevano a salutarla. Una scena che abbiamo visto più volte nella giornata anche presso altri stand, con una “rara” sincerità negli occhi delle persone. “Amicizia” che il pubblico ha percepito, partecipando vivacemente a tanti scambi di opinione sulle caratteristiche organolettiche del vino, e della quale talvolta ha piacevolmente approfittato, come nel caso dei rappresentanti delle cantine campane che, a un certo punto della mattinata, hanno iniziato a girare tra i tavoli offrendo a chiunque mozzarelline e pane ‘cafone’ (entrambi squisiti, of course).

Certo, non tutto in questo mondo è “rose e fiori”, non si vive naturalmente nel paese delle favole. “Per fare il nostro lavoro occorre una virtù fondamentale: la pazienza. Non è stato facile – e talvolta non lo è ancora – far passare le nostre idee, portare avanti i nostri metodi di lavorazione nei campi e in cantina. Occorre un continuo confronto con i consumatori e tra i produttori, anche con quelli più tradizionali. Però il nostro lavoro è pieno di soddisfazioni, specie quando sentiamo un complimento o un apprezzamento sui nostri vini da parte di chi inizialmente faticava ad abituarsi. La nostra, poi, è una terra di montagna, dove coltivare ha dei costi elevati, e l’innovazione ha bisogno di più tempo per affermarsi”. E fa impressione sentir pronunciare queste parole – di estrema semplicità e modestia, direi di saggio buonsenso – da parte di una delle più apprezzate e famose viticultrici d’Italia, la trentina Elisabetta Foradori (la “Regina del Teroldego”), leader di un’azienda centenaria che da più di tre lustri ha convertito la produzione a criteri biodinamici. Con un maggior rispetto per la vigna e per la terra.

Già, la terra. Il terreno dove cresce la vite. “Zemljišče”, come dicono in Slovenia (forse … perché ho usato il traduttore automatico). “Noi abbiamo una sola grande fortuna. La nostra terra! E’ ricca, ha in sé già tutto quello che serve. Il nostro dovere è uno solo: mettere le radici della vite in condizioni di prendere il ‘buono’ di quella terra e far crescere la pianta in maniera sana e rigogliosa, per ottenere dei buoni frutti. Ma dobbiamo rispettarla, la terra”. E mentre mi dice queste cose – con impeto, quasi con foga – il vulcanico Aleks Klinec stringe i pugni, quasi a volerla sentire nelle mani la sua terra, a volerla sbriciolare con la fantasia. In un angolo di paradiso, quel pezzetto di Collio a Medana, la sua azienda ha iniziato nel 2004 a produrre – tra lo scetticismo dei vicini – con metodi innovativi e rispettosi della natura, capovolgendo la filosofia aziendale seguita fino allora. “Lo dico sempre, a tutti i Brici (così, tra loro, si chiamano quelli del Collio Sloveno, N.d.r.) che usano la chimica nella coltivazione”, continua Aleks come un fiume in piena, “nella mia terra, in un solo metro quadrato, c’è un mondo di erbe diverse, di insetti, di fiori. E dico loro, non vedete che da voi c’è solo il tarassaco? Secondo voi, le vostre piante stanno bene, sono felici?” e mentre dice queste cose, in maniera così sentita e convincente ci viene naturale di sorridere, di annuire e di rispondere – sia pur solo mentalmente – che si, sono felici le tue piante Aleks. Ed è ancor più facile dirlo dopo aver bevuto i suoi straordinari vini, apprezzati non solo da noi, semplici appassionati, ma da tanti esperti e produttori, tutti intenti a sorseggiare compiaciuti il magnifico Gardelin, il mio preferito, o la sua Rebula.

LA NOSTRA ESPERIENZA

E parlando della Ribolla gialla, vitigno tipico del Collio, è impossibile non citare uno dei migliori prodotti assaggiati in degustazione: la Rebula di Josko Gravner. Accattivante tanto agli occhi – grazie al suo magnifico giallo ambrato – quanto al naso, a motivo di un profumo solenne e austero, che riporta al bosco autunnale e alla frutta matura. Ma nel ritorno retro-olfattivo arrivano forti i richiami tostati e speziati, mentre la bocca resta impegnata e consistente ma, nello stesso tempo, armonicamente vellutata. Una vera meraviglia, insomma.

Ma ne abbiamo degustati molti altri, di vini. Abbiamo infatti varcato il portale di Sant’Agostino alle 11.30 di domenica 3 giugno e, in un soffio, tra un assaggio e l’altro, tra una chiacchierata scambiata con i produttori e una bevuta, ci siamo ritrovati in un attimo alle 16.30 con oltre 50 vini degustati (e poco cibo, ahinoi, trangugiato). Ovviamente, e tristemente direi, non potevamo assaggiarli tutti. Visto il caldo abbiamo optato per una bella carrellata di bianchi, con solo qualche tocco di rosso e una chiusura dolce da manuale (lo splendido passito de La Stoppa). Impossibile elencarli tutti o descriverne le caratteristiche – servirebbe troppo spazio e questo non è un resoconto tecnico – mentre è più facile raccontare di alcune nostre sensazioni.

Di sorpresa, ad esempio, come quando abbiamo assaggiato il Fiano di Avellino di Luigi Sarno, in due diverse produzioni: vini della stessa annata, tratti dalle stesse uve, coltivati nello stesso appezzamento e fatti maturare nello steso modo. Due vini completamente diversi. Solo per merito del sole ! Uno dei due, infatti, nasce da filari “ripiantati” nel campo con un’esposizione riorientata: il diverso irraggiamento del chicco d’uva ha donato una differenza abissale a quel vino, donandogli peculiare carattere, persistenza e aromaticità. Viticultori di idee.

Oppure di rispetto, come di fronte al sanguigno Frappato di Arianna Occhipinti, così verace nella sua naturalità, o all’ormai mitico Altura di Francesco Carfagna, selvaggio prodotto da un vitigno autoctono (il gigliese Ansonaco) che parla direttamente al cuore e non al palato, o ancora dinanzi al sapido Vermentino di Andrea Marcesini, coltivatore “tradizionale” delle terre spezzine: il suo ‘Non Sempre’ (perché non prodotto tutti gli anni) è un vino straordinario, che richiama immediatamente al gusto la mineralità e lo iodio dei frutti di mare (dove sono le cozze, accidenti!) ma al naso parla di frutta e fiori freschi, per un risultato molto equilibrato alla bocca, che resta gradevolmente asciutta e sapida. Viticultori di resistenza.

Siamo usciti stanchi alla fine, per lo sforzo di attenzione e concentrazione ma senza un filo di mal di testa e con palato e gusto per nulla infastiditi dai tanti tasting effettuati. Potenza dei vini naturali.

Ci basta solo questo per amarli profondamente.

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