18 novembre 2018

Vinoclic 300×250

Si fa presto a dire vino…

…poi, man mano che lo si studia, lo si conosce e – soprattutto – lo si beve vengono fuori le molteplici sfaccettature della bevanda “nutritiva” che accompagna l’uomo praticamente dalla preistoria. Un prodotto vivo che nasce dal lavoro nei campi e matura grazie a fenomeni chimici naturali che i contadini, nel tempo, hanno imparato a dominare. E, in qualche caso, a manipolare. Oggi infatti, grazie agli interventi chimici (parliamo di quelli leciti e consentiti) effettuati in vigna e in cantina è possibile ottenere dei vini – anche dei grandi vini – da qualsiasi tipo di uva, maturata in ogni condizione climatica e con caratteristiche organolettiche determinate a tavolino dagli enologi di riferimento. Ed ecco vini omologati, dettati dal mercato, sempre uguali a se stessi, anno dopo anno, e indifferenti nella sostanza al “motore primo”: la natura. Anche a dispetto di queste logiche, da qualche anno è operativa l’associazione dei Vignaioli Artigiani Naturali che trova le sue origini – storiche e filosofiche – in quel movimento dei contadini “ribelli”, tanto caro agli albori del nuovo millennio all’indimenticato Gino Veronelli. In estrema sintesi, come si legge nella loro Carta degli Intenti, i circa 40 associati cercano di proporre un diverso modello ai consumatori, offrendo un vino che derivi da uve provenienti da “agricoltura biologica o biodinamica”, che maturi grazie a “fermentazioni spontanee” (senza lieviti o batteri selezionati in laboratorio) e non porti con sé in bottiglia “nessuno degli additivi o coadiuvanti” pure consentiti dal disciplinare. E, a giudicare dalla due giorni testaccina del 10 e 11 novembre, questo tipo di proposta convince un numero sempre maggiore di persone: dai conoscitori ai semplici appassionati, dai fan più giovani – anche attenti all’aspetto ecologico della produzione – a quelli con più primavere sulle spalle, desiderosi solo di una buona bevuta con gli amici senza gli sgradevoli effetti del giorno dopo.

Perché, anche a parere di chi scrive, questo è uno dei motivi per avvicinarsi al mondo del vino c.d. naturale: se bevuto nelle giuste quantità, ovviamente, questo non ha quelle spiacevoli controindicazioni che molti di noi hanno sperimentato sulla propria pelle (o, per meglio dire, sulla propria “testa”, quella dolente del giorno dopo). Piccoli ma fastidiosi malesseri, dovuti alla presenza in eccesso dell’anidride solforosa – che i soci V.A.N. consentono solo all’imbottigliamento, in percentuale “di molto inferiore a quella consentita per legge” – ma anche di tutti gli altri additivi consentiti dalle norme, forse meno conosciuti ai più ma con effetti altrettanto negativi, a seconda della risposta organica dei singoli individui.

LA RASSEGNA
Vista la situazione di contesto accennata e il successo dell’ultima edizione del marzo scorso, era facile prevedere una buona riuscita della manifestazione novembrina, coincisa con il fine settimana dell’estate di San Martino. Era però difficile immaginare che durante il weekend i visitatori sarebbero costantemente e progressivamente aumentati, per trasformarsi poi in una folla nel corso della domenica (giornata della nostra visita), quando dalle tre del pomeriggio fino alla conclusione di serata era davvero complicato muoversi tra i banchi degli espositori e la fila alle postazioni di assaggio una costante. Buon segno per gli organizzatori e per tutti i produttori (erano ben 49 le aziende presenti, per oltre 200 etichette in degustazione), tale forse da spingere a una riflessione sulla location per la prossima edizione. Di questo e altre cose abbiamo brevemente discusso con Emilio Falcione, coordinatore dell’Associazione e titolare dell’Azienda La Busattina (GR), proprio nel momento in cui l’affluenza iniziava ad aumentare in maniera importante: “È una soddisfazione vedere qui tante persone, qualche anno fa sarebbe stato difficile da immaginare. La nostra stessa associazione è progressivamente cresciuta negli ultimi anni così come questa manifestazione. È vero, gli spazi qui all’ex Mattatoio iniziano a essere stretti … ma noi siamo affezionati a questo luogo, ha molti aspetti positivi, ci si sta bene”. Successo di pubblico, gli diciamo, ma di una platea che a ben guardare sembra un po’ speciale, quasi come i vini in tasting: “Chi ci segue, chi beve i nostri vini non si limita ad un semplice passaggio al banco e alla richiesta di un generico assaggio ha voglia di parlare, di scoprire e capire il prodotto, le nostre idee, i progetti. Questo aspetto è fondamentale per noi, arricchisce il rapporto con gli appassionati”.

Certo le belle giornate di sole e il costo non proibitivo del biglietto d’ingresso avranno anche invogliato molti alla partecipazione ma non certo semplici curiosi o coloro che frequentano queste manifestazioni per fare colossali sbevazzate: ha ragione Falcione, chi “cerca” questi vini lo fa con consapevolezza e passione. È un pubblico per lo più attento e interessato, che fa uno sforzo per capire il progetto e la filosofia dei produttori, che cerca il dialogo con i vignaioli: è un pubblico convinto di assaporare meglio il calice se guarda negli occhi chi lo ha prodotto. Era proprio questa l’aria che si respirava negli ambienti della Città dell’Altra Economia, un’atmosfera di scambio, un fermento culturale; e se tutti noi appassionati diciamo sempre che “vino è cultura”, quando si entra nel mondo del vino naturale l’asticella – se possibile – dà l’impressione di essere ancora più alta.

Merito dei produttori, merito dei tecnici, merito degli appassionati, merito del vino, se volete. Ma la magia di certi assaggi è difficilmente ripetibile altrove. In un mondo vitivinicolo dedito all’appiattimento del gusto, sentire vivi sulla lingua e sul palato asperità e carattere dei vitigni, o i profumi veri della pianta e della terra è davvero una piacevole sferzata dei sensi, che costringe anche chi “ha studiato” il vino (come il sottoscritto) a rivedere tutti i parametri dell’analisi organolettica: quello visivo, laddove la torbidità – ad esempio – non è più un difetto ma il segno dell’assenza di operazioni chimiche di filtrazione; quello olfattivo, col naso che resiste paziente, in attesa che i possibili sentori di riduzione scompaiano col passare dei minuti, per lasciare il posto ad aromi e sentori del tutto diversi a quelli a cui si era abituati; infine quello gustativo, che ci lascia stupefatti a scoprire in un “bianco” un piacevole abbraccio tannico, grazie alla macerazione sulle bucce. Una rivoluzione, insomma, ma di quelle buone, che danno tanti stimoli.

TRE STORIE
Ora, questo resoconto non è – e non poteva esserlo, visti i numeri – una rassegna puntuale di ogni vino presente, corredata di schede tecniche di assaggio con caratteristiche gustative e quelle descrizioni “funamboliche” che piacciono tanto agli specialisti (tipo, per intenderci, “sentori di pietra lunare” …). Né, tantomeno, potevamo scrivere nel dettaglio solo di alcuni produttori: ne avremmo scontentati la stragrande maggioranza e non sarebbe stato giusto. Abbiamo quindi scelto di raccontare la nostra esperienza e tre storie. Siamo arrivati alla Città dell’Altra Economia verso le 11 della domenica (non senza qualche sforzo, vista la mancanza di segnaletica), quando il sole era già caldo e l’atmosfera molto distesa. Dopo la consegna dei calici d’ordinanza – molto carini, peraltro – ci siamo tuffati nei due grandi ambienti dove tutt’attorno alle pareti erano sistemati i banchetti dei produttori, stretti stretti uno affianco all’altro: nella prima sala i soci VAN, che sconfinavano in piccola parte anche nella seconda, riservata ai viticoltori ospiti. Nel complesso erano rappresentate 14 regioni italiane e due stati esteri, Spagna e Slovenia. Ed era ovviamente possibile acquistare le diverse etichette a prezzi convenienti, praticamente di cantina (noi siamo usciti dall’ex Mattatoio con 8 bottiglie di vino e una di olio), e degustare qualunque prodotto presente: durante la nostra visita, durata all’incirca quattro ore, con l’aiuto di qualche pezzetto di pane e di un piccolo panino al prosciutto (erano infatti presenti anche alcuni stand di prodotti alimentari biologici), siamo riusciti ad assaggiare “solo” 40 vini degli oltre 200 vini presenti senza alcun “effetto collaterale”. Abbiamo apprezzato le diverse nuance di colore e i profumi “nuovi” dei bianchi, la corposità gustativa e la solennità di alcuni rossi e sversato negli appositi raccoglitori una grande quantità di vino, in taluni casi con estremo dispiacere perché ci sarebbe piaciuto finirlo tutto, fino all’ultima goccia. Abbiamo annusato e confrontato, abbiamo osservato, parlato e ascoltato. E vi raccontiamo tre storie ci hanno colpito.

Una è di territorio, un territorio meraviglioso e difficile. È quella dei produttori crotonesi della Cirò Revolution (qui rappresentati dall’Azienda Tenuta del Conte) che uniscono le forze non solo per riportare l’autoctono vitigno Gaglioppo ai fasti che merita e rilanciarne le ancora enormi potenzialità. Il progetto dei vignaioli crotonesi, soprattutto di nuova generazione, è quello di promuovere i luoghi unitamente al vino, aiutando gli indomiti visitatori (siete mai arrivati a Cirò percorrendo la famigerata S.S.106 – Ionica? ecco…) a organizzare la visita alle cantine e ai paesi, fornendo supporto e accoglienza ai (purtroppo) pochi appassionati che scelgono di esplorare un paesaggio meraviglioso, stretto tra la montagna e il mare, con ulivi secolari e vigne affacciate sullo Ionio. In qualunque altro paese del mondo, la Calabria – e questo pezzo in particolare – sarebbe una regione ricchissima e piena di opportunità per giovani e meno giovani, anche quelli che oggi, eroicamente, combattono tutti i giorni una complessa battaglia di affermazione.

La seconda è una storia di sperimentazione. Quella che hanno avviato alla Tenuta San Marcello (AN), non contenti della produzione di un apprezzato Verdicchio dei Castelli di Jesi D.O.C. hanno deciso di provare una strada nuova, portando dopo la pigiatura una piccola parte del vendemmiato (il 20%) a riposare in anfora per circa 6 mesi, al termine dei quali sarà aggiunto al mosto affinato in acciaio, per formare un vino nuovo e unico. Abbiamo, quindi, chiesto di assaggiare la base in anfora di questo prodotto particolare e lo abbiamo trovato già buono in nuce, sia pur con ovvie peculiarità: seguiremo con attenzione il progetto.

Infine, una divertente storia familiare che racchiude forse i paradossi della nostra epoca e rilancia una morale. Pietro Riccardi e Rossella Reale, viticoltori della provincia di Roma, quando abbracciano l’idea di produrre vino lo fanno con passione, sentimento e grande professionalità. Oltre che studiare la metodologia di coltivazione e di cantina vogliono che i loro vini siano anche ben presentati e, per questo, come tanti altri loro colleghi, affidano il design delle etichette dei loro vini a grafici di professione. Risultato: le due etichette più belle della serie sono – per pressoché unanime valutazione dei loro clienti – quelle dell’Emotiq e del Tucuca … che riprendono i disegni di Curzio e Cassia, i loro due figli più piccoli. La morale è quella che chiude il cerchio del nostro percorso sul vino naturale. Le cose semplici sono spesso le più buone. E le più belle.

Potrebbero interessarti

SparkleDAY (1 dicembre)

È un grande classico prima delle feste natalizie, l’appuntamento con SparkleDAY, l’evento organizzato da Cu...

Iscriviti alla newsletter


Seguici su Facebook

La Pecora Nera