28 maggio 2020

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Luci ed ombre sul fenomeno dei rider

L’emergenza legata al Covid19 ha portato sotto i riflettori il servizio di consegna a domicilio, utilizzato in questi mesi da tante persone e adottato per la prima volta da molti ristoratori che hanno in questo modo cercato di contenere il drastico calo di lavoro.

La comodità del servizio è evidente, ma da consumatori abbiamo deciso di approfondire un aspetto spesso trascurato: le condizioni di lavoro di coloro che fanno le consegne, i cosiddetti rider. Per farlo abbiamo intervistato Mario Grasso della UILTuCS il quale ha fornito uno spaccato che induce più di una riflessione. Siamo ovviamente aperti a contributi da parte delle aziende attive nel food delivery, così come a raccogliere testimonianze dirette dei rider: chi è interessato può scrivere a redazione@lapecoranera.net

Buongiorno Mario, ti ringraziamo per la disponibilità a fornirci informazioni sul fenomeno dei rider. Possiamo porti delle domande al riguardo?
Certamente e grazie a voi per la scelta di far conoscere questo fenomeno complesso ai vostri lettori.

Quanti sono in Italia? Età media? Generalmente per quanto fanno questo lavoro?
Difficile dare un numero esatto. Secondo lo studio della Fondazione De Benedetti del 2018 per conto dell’INPS, i rider erano circa 8-10mila. Di recente, secondo le aziende che fanno capo ad Assodelivery (quindi escludendo praticamente tutte le società italiane di food delivery e Domino’s Pizza), si parla di 20mila fattorini, ma è davvero complicato dare una cifra esatta dato che c’è chi lavora per più piattaforme, per tempi diversi e in maniera discontinua anche per motivi fiscali. Anche sull’età e sulla durata dei rapporti di lavoro è difficile avere una stima. Si va dal giovane studente universitario o appena diplomato, al cinquantenne che ha perso il lavoro a causa Covid19, passando per la fascia di persone tra i 30-40 anni che magari hanno avuto difficoltà a trovare un lavoro stabile e fanno i fattorini come lavoro principale.

Il rider è un lavoratore autonomo o ha un rapporto di collaborazione subordinata con l’azienda?
In questi ultimi anni abbiamo assistito a una varietà di contratti applicati ai rider: si va dalla semplice prestazione occasionale al lavoro autonomo occasionale, dalla partita Iva al co.co.co. (contratto di collaborazione coordinata e continuativa), fino all’assunzione, in alcuni casi, con contratti di lavoro subordinato. Il problema principale sta nel fatto che le aziende scaricano il costo del lavoro sulle spalle dei fattorini senza alcuna responsabilità sociale di impresa.

Come è remunerato un rider? Quanto guadagna mediamente in un mese? Quante ore lavora?
Anche su questo aspetto è difficile dare una stima precisa dato che ogni società di food delivery applica un modello di business che prevede pagamenti di tipo diverso. Se in generale prevale il pagamento a cottimo per le consegne effettuate (con tutti i rischi sulla sicurezza dei rider che ciò implica per avere un guadagno dignitoso), alcune società offrono un compenso minimo orario garantito a condizione che non si rifiuti nemmeno una consegna durante la sessione di lavoro, ma che in questi ultimi anni è sempre sceso arrivando a 6 euro lorde nelle città dove è ancora presente. Stesso dicasi per le tariffe minime di consegna che in alcuni casi sono scese fino a 0,90 euro lorde. Alcune aziende pagano anche i minuti di attesa al ristorante e il pagamento chilometrico per la distanza dal ristorante al punto di consegna. Le ore lavorate dipendono dalle statistiche imposte dalle varie piattaforme per stabilire la classifica dei rider più produttivi per le aziende (soprattutto nelle ore serali del week end) e di quelli che hanno una valutazione migliore da parte dei clienti. C’è chi con questo meccanismo riesce a prenotare anche 50 ore di lavoro a settimana ma la maggior parte dei rider rimane escluso per il cosiddetto meccanismo del “winner takes it all” – cioè pochi lavorano e guadagnano tanto e molti lavorano e guadagnano poco – insito nelle logiche di chi gestisce le piattaforme digitali di lavoro. Questo fa scattare dinamiche da “guerra tra poveri” e di forte competizione e individualismo tra i fattorini.

Si parla tanto di mancanza di tutele per i rider. Qual è la situazione ad oggi? Prospettive?
La legge 128 del 2 novembre 2019 al momento prevede l’obbligo di scrivere il contratto individuale, una paga minima oraria, il divieto di discriminazione, l’assicurazione INAIL sugli infortuni sul lavoro, la tutela della privacy del rider e l’Osservatorio permanente istituito dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali che ancora deve nascere. Sul punto della salute e sicurezza mi tiene precisare che le aziende in questo periodo di crisi sanitaria da Covid19, nonostante gli annunci e l’invio generico di alcuni dispositivi di protezione individuale ai rider delle principali città italiane, abbiano in buona parte disatteso quanto previsto dall’articolo 47-septies, comma 3 della suddetta legge: “Il committente (cioè, l’azienda di food delivery) che utilizza la piattaforma anche digitale è tenuto nei confronti dei lavoratori (cioè, i rider), a propria cura e spese, al rispetto del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (cioè il Testo unico salute e sicurezza)”. Grazie anche a un nostro intervento sindacale nei confronti delle istituzioni locali e nazionali si è riusciti pian piano a ottenere quanto prevede la legge. Tuttavia, ancora bisogna restare vigili sulla piena applicazione della legge da parte delle aziende. Insomma, le aziende dovevano fornire già da tempo i Dpi ai fattorini, al netto del problema sanitario che si è verificato in questi ultimi mesi. Entro novembre 2020, se si vorranno garantire maggiori diritti e tutele ai rider, bisognerà applicare un contratto collettivo stipulato dai sindacati confederali di una delle categorie di riferimento. In caso contrario entrerà in vigore anche la paga oraria definita dalla legge, il divieto di pagamento a consegna e un bonus di almeno il 10% per il lavoro notturno, festivo e svolto in condizioni meteo sfavorevoli. Al momento Assodelivery, l’associazione datoriale che rappresenta Deliveroo, Glovo, Just Eat, Uber Eats e Social Food, sembra poco interessata a un discorso di vera valorizzazione dei rider. Siamo comunque fiduciosi che alla fine prevarrà il buon senso e la responsabilità sociale di impresa da parte dell’associazione datoriale utili ad avviare un dialogo costruttivo che garantisca sia la sostenibilità del business aziendale, sia un lavoro con i diritti e le tutele che spettano ai fattorini, così come già la recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito con la piena applicazione delle tutele del lavoro subordinato.

Cosa sta facendo UILTuCS per loro?
La nostra organizzazione da 4 anni è impegnata sul fronte della cosiddetta gig economy. Abbiamo iniziato un lavoro di ascolto e dialogo con i rider su più fronti: dal volantinaggio in strada alla creazione di un osservatorio permanente delle condizioni di lavoro sulle piattaforme digitali sul nostro sito web, dall’assistenza legale alla consulenza sindacale e fiscale. In questo ultimo anno, in particolare, abbiamo raccolto i primi frutti di questo intenso lavoro con l’iscrizione di decine di rider da Nord a Sud Italia che hanno voglia di far sentire la propria voce collettiva alle aziende del food delivery. La partita più importante ora si gioca sulla contrattazione collettiva e quindi anche sulla rappresentanza sindacale. Per questo abbiamo lanciato il 1 maggio 2020 la rete “Rider X i Diritti”. Da Milano a Bologna, passando per Firenze, Roma, Napoli e Palermo, i rider si stanno coalizzando dando vita all’unione delle esperienze sindacali attive su tutti i territori della Penisola.

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